Gli extraterrestri
Congresso del locale circolo PD celebrato il 30 aprile, alla vigilia della Festa dei lavoratori. Vincono i giovani di Generazione democratica, unica lista presentata, con un impegno gravoso e determinante: vincere le prossime amministrative. Tra difficoltà e contraddizioni, ma con anche tanto entusiasmo ed un pizzico di buona sorte.

Recentemente, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è rimasto impressionato da quanto alcuni piloti di aerei gli hanno confidato, ovvero di aver visto o intravisto, non è chiaro, oggetti volanti non identificati. Segno, questo, che per Donald Trump gli UFO esistono, o quantomeno sono un’ipotesi percorribile.
La cosa ha lasciato perplessi, in Italia, alcuni suoi simpatizzanti. Un po’ perché quello degli avvistamenti di oggetti volanti anomali sembra un fenomeno più che altro americano, come se anche i marziani vedessero nell’America una sorta di terra di elezione; un po’ perché nell’amministrazione americana il titolare per maggiore qualificazione alla visionarietà ed alla follia è Elon Musk, e quest’ultimo di extraterrestri ancora non ha parlato.
Ebbene, se Trump fosse stato in Italia ieri sera, a Canosa per la precisione, e avesse assistito al Congresso del Partito Democratico, avrebbe concluso che gli extraterrestri esistono, e sono qui tra noi, tra quelli che hanno vinto il Congresso.
Almeno a Canosa, a memoria d’uomo, non si ricorda di un intero gruppo giovanile di un partito assumere la direzione al completo ed eleggere segretario per acclamazione un giovane di 23 anni. Un po’ come se la nazionale under 21 diventasse nazionale maggiore da un giorno all’altro.
Ma chi sono? Sono bravi ragazzi, lontani anni luce dai fricchettoni dei centri sociali o da quegli altri che indossavano l’eskimo, il vero incubo di Giorgia Meloni. Sono per lo più studenti, alcuni già laureati, che non credono alla Rivoluzione ma non per questo hanno rinunciato ai valori repubblicani. Una generazione nuova, già distante da quelli un po’ più grandi abbacinati dalla destra mondiale che si riconosce in Trump o in Meloni o in Salvini. Questa “generazione democratica”, hanno chiamato così la loro lista al Congresso, non è cinica o priva di ideali di sinistra come finora ci siamo prevalentemente raffigurati i giovani. Anzi, ci credono. Nei loro interventi si capisce che non hanno alcuna intenzione di rompere con quei valori che hanno animato più i loro nonni che i loro padri. Uno di loro ha detto, più o meno testualmente rivolgendosi alla parte più anziana dell’assemblea:
“Voi avete creduto nel sogno americano, noi invece crediamo in quello europeo” .
Che dire? Nel sogno americano hanno creduto soprattutto gli americani. Ma è anche vero che quello europeo non l’avevamo mai considerato, almeno alla maniera di Spinelli e che in questi anni la maggiore preoccupazione l’abbiamo avuta sull’alleanza atlantica. Oppure, quando un altro di loro prende la parola per rimandare al mittente l’accusa di non riuscire a liberarsi della famiglia d’origine, di continuare a vivere con i propri genitori. Non lo fanno per questioni di comodità, ma perché oggi, specie al Sud, con gli stipendi e le paghe orarie che quegli altri, la generazione dei genitori, propinano loro, come si fa a pagare un affitto, a metter su famiglia?
Due punti, due passaggi chiave che segnano una critica, seppur velata, ma profonda, su ciò che la generazione precedente ha costruito e, di conseguenza, lasciato in difficile eredità. Se i nonni e i bisnonni avevano lottato per liberare il Paese dalla dittatura fascista, quindi di destra; creare uno Stato democratico e repubblicano; migliorare notevolmente le condizioni di vita delle classi meno abbienti; scrivere lo Statuto dei lavoratori; abbattere le gabbie salariali; lottare e ottenere stipendi e retribuzioni più dignitosi; mettere in moto l’ascensore sociale attraverso l’istruzione gratuita, così da permettere al figlio dell’operaio di diventare un professionista affermato; la generazione di mezzo invece, quella dei padri, ha attaccato lo Statuto dei lavoratori riducendolo ad atto marginale; ceduto alle insistenze dei grossi capitalisti per rendere più flessibile il mondo del lavoro fino al suo culmine: la precarietà; accettato che logiche di mercato invadessero il mondo del lavoro causandone il deprezzamento ed il valore in sé; aperto l’Italia ai governi delle destre, facendone loro parte in misura consistente.
A questo punto la domanda sorge spontanea. Ma sono conciliabili questi due mondi, queste due generazioni? Per ora si sono mossi restando nell’alveo della tradizione forse più nobile della sinistra. Il 25 Aprile, in compagnia dei loro coetanei iscritti all’ANPI, hanno contestato pesantemente in piazza l’assessora Cristina Saccinto per aver snobbato "Bella ciao", il canto della Resistenza, con la scusa che quella era una manifestazione istituzionale. Giustificazione assolutamente priva di ogni senso e emblematica della deriva democratica di questo paese, pronunciata da una esponente proprio della generazione dei loro padri.
Ma non solo. I Giovani Democratici sono stati anche impegnati nel referendum costituzionale contro la riforma della Giustizia voluta da Meloni e camerati, insieme alla CGIL e altre forze progressiste della città.
Il nuovo segretario Pasquale Alfieri ha idee ambiziose. Nel suo discorso di insediamento ha fatto riferimento all’inclusività, ha dichiarato la totale apertura del partito alla società civile e ha invitato anche i vecchi iscritti a partecipare, quelli che hanno più di 35 anni, per intenderci. Ma, soprattutto, ha fatto una dichiarazione davvero forte. Ha detto che strapperà l’amministrazione della città alle giunte di destra. E lo ha fatto credendoci.
Le prossime amministrative In molti a Canosa sono convinti che alle amministrative è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che una coalizione alternativa alle destre possa vincere le elezioni. Ma Pasquale Alfieri ci crede e ciò rende lui e il suo gruppo di generazione democratica un tantino extraterrestri. Non del tutto, ma solo un tantino, perché se osserviamo i fatti, scopriamo che sia nel 2017 che nel 2012 la destra non ha vinto. E nel 2012 si usciva da dieci anni di amministrazione Ventola che avevano cambiato in peggio, ovviamente, il volto della città, con mirabolanti promesse mai mantenute come quella del San Giorgio Village, rivelatosi poi una fantastica occasione per aumentare la tassazione sui terreni agricoli, d’incanto diventati aree industriali. Nel 2026 hanno fatto dietro front su tutta la linea con una delibera monstre di variazione del PUG, che più che ristrutturare ha di fatto destrutturato il Piano. La destra è rimasta a digiuno di amministrazione anche nel 2017, facendo notevolmente crescere l’appetito e la voglia di rivalsa nel suo elettorato di riferimento, quello che si sentiva maggiormente danneggiato dalle amministrazioni di centrosinistra prima e pentastellata dopo. In entrambe le occasioni è stato il ballottaggio a rivelarsi fatale, segno che in definitiva a Canosa non esiste una maggioranza assoluta di destra capace di garantire sempre il sindaco al primo turno.
Nel 2022 è accaduto qualcosa di diverso e di più preoccupante. Per la prima volta, dai tempi del secondo mandato Ventola (2007), non solo la destra ha vinto, ma lo ha fatto al primo turno. E sulle cause di quanto accaduto ci sarebbe da discutere. Discussione che per forza di cose riguarda anche la nuova dirigenza del PD, nonostante il dato anagrafico. Se provate ad interrogare qualcuno della vecchia guardia, chiamiamola così, che non può certo dichiararsi estraneo alla nuova dirigenza, visto che in qualche modo l’ha allevata, vi risponderà che si è perso perché qualcuno non ha voluto stringere una larga alleanza alternativa a quella destrorsa. Questa tesi spiega il motivo per il quale non si è vinto, ma non perché si è perso. Non spiega, soprattutto, la larga maggioranza conquistata dal Malcangio. Se anche si fossero alleate le due forze di centrosinistra, convergendo su un unico candidato, il risultato sarebbe stato comunque una sconfitta, stando ai numeri disponibili. E allora, cos’è accaduto? Andrea Silvestri nel suo intervento lo ha accennato. In realtà, come è sua abitudine, non l’ha raccontata tutta. Ha privilegiato l’aspetto più politico della questione, ovvero l’ideona di Ventola. In sostanza si tratta di una vera banalità secondo la quale in un piccolo centro il colore politico della coalizione o dei partiti non conta, quelle che importano sono la competenza e la capacità del personale politico proposto. Lo potremmo definire neoqualunquismo, ovvero una dimensione fisica e territoriale in cui l’uomo qualunque postfascista può rappresentare un modello praticabile.
Secondo Ventola, il terreno ideale dove questo può avvenire è Canosa. Diciamo che ha avuto ragione, a giudicare da quanti, fino ad allora noti come esponenti di sinistra, o quantomeno vicini, si sono candidati nelle liste ventoliane a sostegno del suo imbarazzante candidato. Tra i più importanti citiamo un signore che in gioventù aveva militato in Rifondazione comunista e che in maturità era stato perfino segretario della Camera cittadina della CGIL, così come una signora ex consigliera comunale e capogruppo nell’amministrazione di centrosinistra del 2012 verso la quale Silvestri indirizza i suoi strali. Di sicuro il fenomeno non si esaurisce a questi due individui, ha radici e diffusioni più profonde. Possiamo ben dire che anche ad altri livelli, come ad esempio associazioni citate nello Statuto comunale, a capo si trovano persone che avevano avuto importanti ruoli in amministrazioni di centrosinistra. Certo, non c’è stato un pronunciamento diretto dell’amministrazione Malcangio, ma il fatto stesso che nessuno abbia brigato per rimuoverli, così come si fa in quei casi in cui i trascorsi politici possono rappresentare un problema, è significativo. Così come è sicuramente notevole il contributo offerto nell’organizzare, anche direttamente, manifestazioni di ogni genere, anche quelle con valenze religiose che sarebbero di tutt’altra competenza. Ovviamente questi buoni uomini hanno fatto solo il loro lavoro, dato non contestabile, così come è altrettanto incontestabile il vantaggio in termini di consenso procurato.
Al di là dei giudizi esprimibili da ognuno di noi, la situazione di fatto, oggettiva, è questa, e non si può assolutamente non considerare un elemento trascurabile.
Chiaramente, c’è anche quello che Andrea Silvestri preferisce tacere. Nel 2022 c’era preoccupazione per chi avrebbe gestito i fondi del PNRR. Non si può certo dire che ciò non avrebbe avuto la sua importanza. Quella competizione elettorale doveva essere vinta ad ogni costo dalla destra, almeno quella era la volontà deducibile. L’invito che fu fatto a forze storicamente contrarie a Ventola per indurle ad attraversare il Rubicone, portando voti alle sue liste, verteva su una considerazione tanto semplice quanto brutale: Silvestri già controllava la Banca (Ventola la chiama così), non si può lasciare che controlli anche gli uffici comunali. Era come un mantra, la ragione anche ideale per la quale chi l’avrebbe sostenuta non si sarebbe sentito in conflitto con se stesso, superando remore di carattere ideologico, sentimentale, politico. Inutile dire che non pochi pensarono bene di farlo, quelli che, appunto, hanno fatto la differenza, il quantum che ha permesso al candidato ventoliano di superare quel limite e passare al primo turno.
Le vicende politiche degli ultimi due decenni sono sempre state caratterizzate da questo dualismo, e Ventola ha sempre sfruttato a suo vantaggio l’atteggiamento binario che i canosini hanno verso Silvestri. Un uomo politico può avere tanti sostenitori, e va bene, gli assicura un peso. Ma il suo limite maggiore è rappresentato dai suoi detrattori, specie quando la sfida è a due, specie quando il loro numero supera quello di chi lo difende. Sono quest’ultimi che fanno la differenza e possono decretare le sue sfortune. Paradossalmente si può concludere che il maggior alleato di Ventola è il suo avversario numero uno: Silvestri.
I Panda giganti A movimentare un congresso politico a corto di spunti polemici e che rischiava di affogare nella melassa, ci ha pensato Antonio Damiano, già membro di direttivi e segreterie in passato, nonché candidato segretario, poi sconfitto, una decina di anni prima. Il suo non è stato un intervento in linea con i precedenti. Ha posto l’accento sulla storia recente di un circolo per certi aspetti dolorosi. Un anno prima c’era già stato un congresso che, per come era stato preparato dalla segreteria provinciale dell’epoca, espressione del Filippo, era apparso più come un’imboscata nei confronti degli allora organi dirigenti, che come un momento di riflessione e di interrogazione. Era sembrato, ma in politica l’apparenza è sostanza, che lo scopo non fosse tanto quello di rinnovare il partito, quanto procedere ad una sorta di sostituzione antropologica. E di quest’aspetto ne aveva tutti i connotati. Non solo i membri del direttivo, la segreteria, gli organi dirigenti, ma anche gli iscritti erano persone diverse rispetto a quelle che fino ad allora avevano militato, ma di una diversità non solo naturale, ma anche culturale, antropologica.
Questo aspetto è ben sottolineato nell’intervento di Antonio Damiano, un intervento che prende quasi la forma e la sostanza di una controrelazione. Ve n’è per tutti, ad iniziare dai responsabili provinciali del partito per le vicende che li hanno riguardati: non dimentichiamo che sono stati proprio quest’ultimi ad essere stati commissariati dai vertici nazionali, ed appare stridente, se non proprio paradossale, che il congresso di circolo a Canosa si tenga non dopo, ma prima che venga celebrato quello provinciale, come logica avrebbe voluto in situazioni di questo tipo.
Non mancano i richiami alla questione morale, ormai punto non più all’ordine del giorno in numerosi dibattiti. Ad un certo punto, riferendosi al fatto che il circolo PD di Canosa non ha più una sede, lo etichetta quasi come un’associazione segreta o di brokeraggio politico. Contesta la modalità di convocazione, che dev’essere formale (si apprenderà dopo che è avvenuta via social). Contesta anche la presenza al tavolo di presidenza di una consigliera comunale della lista “Io Canosa”, da qui l’accusa di brokeraggio, che in punta di statuto non potrebbe nemmeno essere tesserata.
In altre parole una controrelazione esplosiva che, a tratti, viene contestata dall’assemblea con inviti formali e informali a terminare. Significativo che in chiusura del suo intervento, lo stesso Damiano sia costretto a chiedere un gesto almeno di cortesia, se non di consenso: un applauso.
Le sue parole sono come una miccia, e provocano la reazione stizzita della consigliera comunale Marzia Bucci che, tanto per iniziare, come si fa sempre in queste situazioni, si rifà alla sua biografia come motivo di vanto e di originalità politica, e cita la sua lunga storia di militanza, iniziata quando era ancora adolescente, e proseguita poi negli anni a venire. Non ci fa sapere però se all’indomani avrebbe scritto al Presidente del Consiglio comunale per comunicare il suo passaggio al gruppo misto, annunciando la sua adesione al PD.
Ma la reazione più tignosa arriva dal vicesegretario PD uscente che non risparmia accuse al Damiano e non solo, apostrofandolo come Panda gigante. Nel linguaggio comune vuol dire creatura in via di estinzione, così come già estinti vengono considerati altri che del PD hanno fatto parte in passato, ma dei quali si sono persi i segnali sui radar, con soddisfazione dell’ex vicesegretario che si rammarica che la stessa sorte non sia ancora toccata a quegli altri due. Superati dalla matematica elettorale come un impresario che non riesce ad attirare più abbastanza pubblico agli spettacoli. La logica che i dirigenti provinciali seguono è proprio questa. Si presentano alle riunioni di partito come se andassero all’assemblea degli azionisti di una grande azienda e pretendono soprattutto numeri, come se il mestiere del politico non fosse quello di ascoltare i territori, dialogare con gli individui, prendere nota e poi riportare a qualcuno. No, la figura del militante di base o dei suoi dirigenti è più assimilabile a quello di un venditore di pannolini da notte per adulti incontinenti, piuttosto che quella di chi svolge un lavoro delicato. Questo è almeno quello che pretendono i dirigenti provinciali: una macchina del consenso che deve soprattutto portare voti al capataz di turno; un comitato elettorale invece di un centro di discussione ed elaborazione.
Saranno disposti i nuovi di generazione democratica ad accettare questa impostazione così ben rappresentata da un loro ex dirigente, o vorranno anche loro prendere la strada del Panda gigante? Saranno capaci, ora che sono grandi e giocano nella nazionale maggiore, affrancarsi dalle tutele che i vecchi marpioni della politica cercano sempre di estendere? Lo vedremo, noi ci speriamo.
Sabino Saccinto Vers. pdf 
Pubblicato il 05/05/2026 h 17:15:40
Modificato il 05/05/2026 h 17:25:52
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