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Mattteo Renzi esce dal PD e fonda un nuovo movimento, Italia viva. Non un partito, ma qualcosa di diverso, dice lui, ma al momento non è chiaro ancora cosa.

Secondo il quotidiano "La Repubblica" del 16 Settembre 2019, il segretario del PD Zingaretti, alla notizia che Renzi stava per abbandonare il partito, avrebbe esclamato: "un errore gravissimo che il Paese non capirebbe". Per ora quello che non ha capito una parte di italiani, seppur minoritaria ma non per questo poco significativa, è come mai un segretario di partito di fatto svuotato di buona parte del suo potere, alla prima occasione di portare un po’ d’ordine in casa, anziché seguire ciò che logica avrebbe voluto, si è lasciato convincere da sirene interne ed esterne al PD a fare quella che sembrava una cosa buona ma non so quanto giusta. Che Zingaretti fosse a capo di un partito che controllava forse solo a metà, è cosa nota, essendo stati i gruppi parlamentari determinati dalla precedente segreteria; che se avesse voluto prendere il controllo completo avrebbe dovuto necessariamente passare per elezioni anticipate è cosa ovvia nella condizione data. Del resto durante la prima parte della crisi di governo, Zingaretti aveva tenuto un un atteggiamento in linea con quanto da sempre sostenuto: siamo contrari al governo giallo-verde, lo consideriamo dannoso per il Paese, se cade si va ad elezioni anticipate. Non esistono alternative.
Era piuttosto assertivo il Segretario. Non mostrava dubbi di sorta. Mentre intorno a lui tutto e tutti si agitavano, ad iniziare da Di Maio per terminare con Renzi, Zingaretti ostentava tranquillità, riflessione e decisione. Fece approvare all’unanimità una prima relazione della Direzione PD in cui poneva condizioni durissime ai pentastellati se veramente avessero voluto tentare la via del governo giallo-rosso. Al grido di discontinuità pretendeva addirittura una sorta di abiura del passato legame con Salvini, esplicitabile con la non riconferma di Conte Giuseppi come presidente del Consiglio, non facendo venir meno le condizioni programmatiche: cinque punti, quelli prioritari, quelli irrinunciabili di una eventuale alleanza di governo.
Dalle parti del PD, l’applauso oltremodo entusiasta accompagnato dal gesto teatrale della salita sulla seggiola, fa parte della tradizione, una tradizione che non è affatto foriera di magnifiche e progressive sorti, quanto presagio di disgrazie. Ne sanno qualcosa Prodi e Bersani. Anche nel 2013, quando ci fu da indicare una personalità a loro vicina come presidente della Repubblica e la scelta cadde sul Professore, tutti applaudirono convinti e non mancò qualcuno che, esagerando, si spinse al gesto estremo di farlo salendo sulla sedia. Il giorno dopo, quando si votò in Parlamento, finì che il povero Prodi, entrato da presidente, si ritrovò comune mortale per effetto di 101 voti mancanti, tutti del PD si disse. Chi furono i franchi tiratori che nell’arco di una notte cambiarono così rapidamente idea non fu mai dato saperlo. Di fatto, oltre lo scorno di Prodi, la cosa costò la segreteria a Bersani che si dimise con effetto immediato.

Oggi siamo alle solite. Il povero Zingaretti ha incassato l’unanimità in una Direzione in cui Renzi era presente solo per emissari. Si è ritrovato paradossalmente a dover subire perfino l’arroganza di Di Maio che dopo una consultazione, ha risposto ai suoi cinque punti con altri dieci, poi diventati venti, infine venticinque. Ha dovuto sorbirsi il Conte 2, Zingaretti, nonostante i veti iniziali. Ha dovuto riconvocare la Direzione PD con più miti consigli e dare il la al governo giallo-rosso, costretto a qualche dichiarazione di prammatica che contraddiceva le sparate iniziali.
Non si è andati ad elezioni anticipate perchè intorno al PD si era sviluppato un movimento da capogiro. Su Zingaretti sono arrivate pressioni di ogni genere: la minoranza interna (renzianissima), la CEI, l’Europa, Trump, i sindacati. E Zingaretti ha ceduto (a mio parere colpevolmente). Lo ha fatto perché, secondo i sostenitori del nuovo corso, le elezioni anticipate sarebbero state un suicidio politico per tutte quelle forze che non fossero la Lega, FdI o Forza Italia, perché l’Italia sarebbe collassata in preda al populismo salviniano e alla tentazione di lasciare l’Euro e imbarcarsi chissà in quale avventura, perché in due mesi non si può far tutto e probabilmente si sarebbe finiti all’esercizio provvisorio, non riuscendo, tra l’altro, a disinnescare le clausole di salvaguardia (aumento dell’Iva). Insomma, tutta una serie di validi e buoni motivi che avevano in nuce il vaffa finale, lo stai sereno Nicola che Renzi avrebbe sferrato a cose fatte. Calenda, per fare un esempio, lo aveva capito, si era sbagliato un tantino sui tempi, aveva previsto Ottobre e la mazzata è arrivata a Settembre.
E Renzi cosa farà adesso? Si auto condannerà all’irrilevanza come è sempre accaduto dopo una scissione o avendo le mani libere potrà gestire la sua creatura come meglio crede e riconquistare il potere perduto?
Per iniziare formerà gruppi autonomi in Parlamento. I numeri sono in via di definizione, anche perché non tutti i renziani confluiranno immantinentemente nella nuova formazione. I renziani in servizio effettivo permanente non sono quei trenta tra deputati e senatori come si annunciava sui giornali. Ce ne sono altri, ad esempio il senatore Marcucci - capogruppo nonché amico personale dello scissionista - che ha promesso fedeltà al partito, ma è lo stesso che ha prestato il resort di famiglia ad una di scuola di politica, dalla quale Renzi dice di essersi sentito ispirato per l’addio al PD: “Quando ho visto i ragazzi della scuola di formazione “Meritare l’Italia”. Sono bellissimi i giovani che si avvicinano alla politica”. Chissà se il senatore Marcucci è stato avvisato per tempo che proprio in quei giorni al suo amico nonché vate stavano maturando idee di separazione.
In casa renziana non mancano i problemi però. Proprio Renzi, che ogni tre per due si impanca a fustigatore della deriva correntizia del PD, di scuole di pensiero – si fa per dire - più o meno legate a lui ne conta addirittura due: una di fedelissimi - gente da sempre molto vicina al Giglio magico, come l’ex tesoriere Bonifazi o l’ex-ministra Maria Elena Boschi, a cui si aggiungono tenutari, luogotenenti e qualcuno che nel frattempo è diventato persino ministro o sottosegretario nel governo giallo-rosso, come Teresa Bellanova o Ivan Scalfarotto – e un’altra di renziani recalcitranti, almeno per ora, che non si sa quanto siano in rotta con il loro antico dante causa, ma che comunque hanno preferito rimanere dov’erano. Tra questi, Lotti, che con il nuovo governo non ha guadagnato nulla, e Guerini, che invece è diventato ministro. Loro non vanno via, ma nemmeno pubblicamente condannano la scelta di Renzi, che al momento ha fatto incavolare solo Franceschini, indignare Enrico Letta e lasciare basito, quasi incredulo il buon Zingaretti. Eppure, che Renzi stesse coltivando progetti alternativi al PD era cosa nota, dall’illusione macroniana, alla sua idea stessa di partito, che nell’intervista a “La Repubblica” del 17 settembre, con la quale ha annunciato urbi et orbi la scissione, previa telefonata al presidente del Consiglio Conte, descrive così: “Il PD nasce come grande intuizione di un partito all’americana capace di riconoscersi in un leader carismatico e fondato sulle primarie”.
E già qui qualche conto non torna. Noialtri sapevamo che il PD fosse invece un partito a vocazione maggioritaria nato per contrapposizione alla destra raccogliendo tutte le forze che avessero un’idea alternativa a quella predicata dai populisti destrorsi, che non sono nati con Salvini, ma c’erano già con Berlusconi. Un partito integrato nela tradizione italiana, con la sua base ideologica, con tutti i suoi riti e liturgie. Renzi, apprendiamo ora, lo ha inteso come una sorta di organo di supporto ad un leader (presumiamo lui stesso) che dovrà soprattutto essere bravo e convincente e vincere le primarie. Non c’è nessuna definizione di idee, se non quelle che passano per la testa del leader. Non c’è definizione di processo, se non quello del voto. Gli italiani devono essere solo felici, ubbidienti e in accordo con il capo. Il messaggio che veicolano i populisti è sempre quello. George Bush padre, quando si ricandidò per la riconferma, lo fece scegliendo come colonna sonora della sua campagna presidenziale una canzone dell’epoca: “Don’t worry, be happy”. Sempre nell’intervista a “La Repubblica”, Renzi dice: “Ho garantito anni di governo che hanno portato le unioni civili, il dopo di noi, le leggi sul sociale e sulla cooperazione internazionale. Abbiamo fatto un incredibile piano per le aziende”. Sì, è vero, ma Renzi ha fatto anche il Jobs Act, ha boicottato un referendum sulle trivelle, ha perso un referendum costituzionale e si è inimicato ampi settori della popolazione italiana, guardacaso quella più a sinistra, anche perché i temi di suo maggiore interesse non sempre coincidevano con quelli classici della sua parte politica, non per niente ha dichiarato: “Diciamo la verità: c’è una corrente culturale nella sinistra italiana per la quale io sono l’intruso”. Da notare la scelta del termine. Non un reprobo o un figlio degenerato, che comunque mantiene e riconosce la condizione di ex, di un qualcosa che si è stato, ma un intruso, ovvero entrato nella comunità della sinistra abusivamente, senza averne i titoli.
Come sia stato possibile che un uomo con simili idee sia stato per quatro anni segretario del PD, è difficile spiegarselo e in qualche modo forse rende comprensibile la parabola renziana: dal 41 al 18%, un referendum perso nel 2016 sul quale aveva investito tanto, e ora il tentativo di uscire dal cono d’ombra nel quale i fatti lo hanno costretto con una scissione, dopo averne subita una da parte di Bersani e compagnia da segretario, non prendendola affatto bene tra l’altro. Un bel colpo di teatro. Da attore che avverte di non destare più interesse nel pubblico e ne prova un’altra, l’ennesima. Ma in quanti, alla fine, seguiranno il senatore di Scandicci? Renzi è un grande tattico, ma in quanto a strategia spesso gioca d’azzardo. La sua mossa non ha solo spiazzato il PD, ma anche il governo. Il presidente Conte, a quanto riferiscono, si è mostrato alquanto sorpreso, anzi perplesso. Ha aggiunto che questa decisione rappresenta un importante elemento di novità che se si fosse palesato prima della formazione del governo, di certo avrebbe condizionato non poco tutte le trattative. Prendere atto che c’è una forza politica in più a sostegno del governo che si è manifestata dalla sera al mattino, implica comunque un qualche chiarimento, se non altro sul piano formale. E questo è ancora da venire. Renzi di certo ha ingaggiato la sua enesima battaglia estrema, si è messo a maneggiare dinamite, ma di fatto ha un orizzonte alquanto breve per rilanciarsi e probabilmente sta tentando di giocare con Conte e i pentastellati un po’ come ha già fatto Salvini, bombardare il quartier generale facendo ben attenzione a non distruggerlo. Anche, se come molti osservano, è limitato sia il suo orizzonte temporale che spaziale (nel senso che la sua presa nella società è ancora da valutare, ma molti la danno al massimo intorno al 6%) rimane un elemento di forte destabilizzazione e di certo non fa fare bella figura ai M5S. Di Maio sembra finito in un vicolo cieco: ha contraddetto se stesso quando proclamava che mai e poi mai avrebbe fatto un governo insieme a Renzi e Forza Italia, e ora, pena l’eutanasia immediata del governo, se lo ritrova dentro non come parte minoritaria di un partito, ma come capo di un altro partito, per giunta alleato quasi a sua insaputa.

Sabino Saccinto

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Pubblicato il 23/09/2019 h 12:05:06
Modificato il 25/09/2019 h 10:22:24

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