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La generazione fragile

Ad ottobre dell’anno scorso scompariva Pietro Basile, persona nota, ex vice sindaco, presidente di una squadra di calcio, stimato e rispettato. Quell’evento non rappresenta solo la tragica conclusione di una vicenda personale, ma un fatto che riguarda e coinvolge un’intera generazione.

Due o tre ricordi conservo di Pietro. Il primo, forse quello più recente è di quando mi chiese di diventare assessore della giunta di cui era vice sindaco in uno dei suoi momenti di crisi. Per ragioni personali declinai. Mio padre stava molto male e in quel momento non mi andava di prendere impegni così importanti. Ricordo che me lo chiese a bruciapelo, in maniera inaspettata, stupefacente. Mi sorprese, ma quello era il tratto dell’uomo. Era fatto così.
Il secondo ricordo è molto più lontano. Credo fosse il 2002, quando si candidò a sindaco dopo l’esperienza della giunta Lomuscio, fallimentare nell’epilogo ma non nello svolgimento, tanto che Pietro, in cuor suo, ma non mancò di dichiararlo pubblicamente, conservò sempre un ottimo ricordo di quel periodo politico e grande rispetto per l’Avvocato. Quell’anno non si trovò l’accordo su un candidato unico a sinistra, producendo il risultato poco commendevole di mandare al ballottaggio un candidato di destra e uno di centrodestra. All’epoca, dopo la caduta della giunta Lomuscio, sembrò a tutti naturale che, quantomeno per continuità, fosse Pietro il candidato sindaco. Ricordo il comizio finale in Piazza Vittorio Veneto. La destra non si risparmiò in sforzi mediatici, dando sfogo al suo armamentario tecnologico, potenti casse acustiche, palchi sopraelevati, fari accecanti. Pietro rimase stipato in una sorta di ridotta, un angolo dove diventava perfino azzardato scorgerlo, niente in confronto a quanto i suoi avversari politici dispiegavano. Disse semplicemente: noi non disponiamo di tutta quella potenza, lo vedete, abbiamo solo un palchetto da dove parlare. In una campagna elettorale in anni di berlusconismo rampante, dove anche per la semplice elezione del sindaco occorrevano capitali non proprio contenuti, lo spirito di Pietro non si era affatto allineato a quello del tempo; un limite, se vogliamo, di cui Pietro in un qualche modo era conscio. La vita dei leader, in genere, ha percorsi che somigliano a parabole. Si parte, si cresce, si arriva all’apice della curva e poi velocemente in picchiata si discende. Non è chiaro il perché, forse ci si stanca di loro, forse è nella natura umana seguire il potente di turno per cambiare non appena un altro ne prende il posto; forse c’è qualcosa di distorto nella loro personalità, un qual che di egocentrismo funzionale al ruolo che poi si trasforma nella loro rovina. E spesso accade che i leader in caduta inevitabilmente rimangano soli, quando non addirittura vituperati o peggio ancora maledetti. Sono stracariche le file di ex leader in solitaria.
Pietro non apparteneva a questa categoria. Non ricordo di qualcuno che sia stato un suo stretto collaboratore che poi lo abbia abbandonato. Lui ha sempre conservato un nucleo solidale di persone che gli sono rimaste fedeli negli anni. Questo il terzo ricordo. Più forte la vicenda pubblica, che in un qualche modo riassume le contraddizioni e le speranze che hanno animato la sinistra in questi ultimi decenni: dall’egemonia culturale e politica di una forza che a Canosa ha avuto un notevole peso e che ha conosciuto l’età dell’oro negli anni “70 e “80, agli scompensi ed alle disillusioni delle tante svolte spesso spacciate per modernità. Pietro è scomparso prematuramente, ad un’età in cui di solito già si compiono i bilanci e ci si accinge a passare il testimone. E in un qualche modo lo aveva fatto abbandonando la politica attiva e preferendo occuparsi di una squadra di calcio. Con lui si dissolve la storia pubblica di una generazione fragile, nata negli anni del boom economico sotto la spinta del progresso tecnologico e civile; cresciuta negli anni della crisi, con il benessere surrogato dal debito pubblico e che ora sente di essere arrivata al capolinea, in un mondo dove stenta a riconoscersi, educata a ben altri principi e costretta nella morsa degli immarcescibili settantenni, se non ottuagenari, e la spinta dei quarantenni, in un contesto civile e politico ormai degradato, in un mondo ed in una società in cui quello che è accaduto a Pietro suona quasi come il preludio di episodi analoghi, il costo che si è chiamati a pagare quando i presidi sanitari vengono cancellati e la presenza dello Stato si alleggerisce, quando ti rendono chiaro che in passato si è vissuto al di sopra delle proprie possibilità ed ora ti chiamano a pagare il conto. La generazione dei baby boomers dicevo, i tanti nati negli anni “60 che ora occupano quei posti di lavoro garantito che perfino secondo la propaganda democratica di questi ultimi anni non rappresentano la priorità, semmai il problema, l’anacronismo rispetto a chi è venuto dopo e vive di precariato; gli intangibili dal job act renziano che almeno assicurano un flusso costante di denaro alle casse pubbliche e obbligano gli imprenditori amicissimi del nuovo centrosinistra a pagare i contributi per intero, invece degli amabilissimi sconti di cui hanno goduto in questi ultimi anni.



Sabino Saccinto

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Pubblicato il 27/10/2018 h 16:53:45
Modificato il 09/05/2019 h 12:20:41

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