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La sberla

A distanza di un anno dalle politiche, si compie la nemesi: il M5S regala una storica vittoria al PD. E pensare che avrebbero dovuto mandarli tutti a casa, così come argomentava la coppia più pazza della politica italiana: Casaleggio e Grillo. Una sorta di novelli Gianni e Pinotto.

Se il M5S fosse un partito politico, stamattina, dopo il flop clamoroso delle Europee 2014, il suo segretario rimetterebbe immantinente le dimissioni nelle mani di un consiglio direttivo o di un qualcosa di simile. Ma siamo sicuri che ciò non accadrà mai perché il M5S è per definizione un non partito, e probabilmente nemmeno un movimento, pertanto i suoi comandanti in capo non sentono e non sentiranno l’obbligo di una piena assunzione di responsabilità, anche perché nel M5S non esistono regole precise né organi statutari (è retto infatti da un non statuto); il M5S è semplicemente un brand che si spaccia per movimento, anzi il Movimento, i cui diritti sono tutti nelle mani della Casaleggio e associati, e tutte le decisioni vengono prese – quando il guru e il demiurgo lo desiderano o lo ritengono necessario – con una consultazione on-line, ovvero con quanto di più falso e falsificabile è tecnologicamente realizzabile.
Questa volta però, le mazzate sono arrivate direttamente dalle urne, non da una piattaforma digitale, impresse su quanto di più antico possa esistere: una scheda di carta ed una matita.
E pensare che fu proprio da un meccanismo di questo genere che l’anno scorso iniziò l’epopea dei 5 stelle, un qualcosa che doveva durare e che avrebbe dovuto rivoltare come un calzino i palazzi della politica. In quei palazzi ci sono finiti e oggi ricoprono anche cariche importanti, ma di grandi risultati non si può dire che se ne siano visti se 40,8% è la percentuale del PD (il loro più acerrimo nemico del quale l’accoppiata ex vincente Grillo e Casaleggio ne aveva vaticinato la scomparsa prematura), 21,2 quella del M5S, abbastanza meno dell’anno scorso, quando alla Camera risultarono il primo partito superando la soglia del 26%.
E pensare che fin a qualche giorno dal voto, li portavano tutti per vincenti. Addirittura, domenica 18 maggio il guru Casaleggio era stato intervistato da Lucia Annunziata, e con la consueta visionarietà, il demiurgo si era messo a snocciolare cifre e propositi da guerra dei mondi. Il Movimento non era, come dicevano i fallaci sondaggisti prezzolati dall’establishment, al 27 o 28%, ma molto più avanti, addirittura oltre il 30%. Aveva già superato, secondo quanto gli veniva suggerito dal cielo, il PD, dato in picchiata, Forza Italia era del tutto scomparsa dai radar. E Casaleggio aveva già preparato le mosse successive: una manifestazione di piazza sotto il Quirinale capeggiata dal suo braccio operativo, Beppe Grillo, in uno scenario a metà tra marcia su Roma e Quarto Stato di Pelizza da Volpedo. Avrebbero indotto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a trasferirsi a Cesano Boscone a far compagnia ai vecchietti assistiti dall’ex cav. finito in disgrazia.
La seconda parte del piano prevedeva la caduta del governo in carica (quello di Matteo Renzi), l’elezione di un nuovo presidente della Repubblica di gradimento grillino, e la nomina di formare il nuovo governo ad un deputato, manco a dirlo, pentastellato. Una sorta di colpo di stato che più strampalato non poteva essere, uno scenario da “Vogliamo i colonnelli” più comico di quello raccontato dal grande Mario Monicelli.
I due picchiatelli del M5S ai loro sondaggi credevano per davvero, tanto da esserne pienamente convinti. D’altronde oggi ci chiediamo un po’ tutti come mai Grillo non sia riuscito in quello che sembrava un miracolo a portata di mano, un gol a porta libera. Mistero davvero buffo se pensiamo che ce le aveva tutte dalla sua: la disperazione di alcuni, la crisi economica che non passa, la mancia da 80 euro al mese (a suo dire). Negli ultimi giorni erano arrivati ad aiutarlo perfino eventi eccezionali ma molto preziosi come la scoperta di un giro di tangenti all’Expo, tanto da far ritenere che fossero pentastellati perfino i magistrati che avevano istruito l’inchiesta. Se non ci fossero stati loro - i grillini -, i giudici di Milano non si sarebbero sentiti coperti. Forse è bene ricordare a Grillo che in Italia esiste ancora l’obbligatorietà dell’azione penale e che il potere giudiziario è terzo rispetto a quello politico. In quanto a sostegno morale i magistrati non sembrano averne particolarmente bisogno, visto che hanno agito e agiscono spesso in solitudine in territori dove non si rischia al massimo un cattivo titolo sul giornale, ma molto più spesso una pallottola.
A rendere più favorevole la situazione erano i due personaggi che reggevano le trame milanesi, due figuri reduci della prima tangentopoli che ormai si immaginava fossero felicemente in pensione o addirittura beatamente morti. Erano vivi e vegeti e rappresentavano proprio l’archetipo del faccendiere modello Prima Repubblica: uno ex DC poi transitato in Forza Italia e PDL, l’altro ex PCI accusato di aver rubato per il partito e condannato già in passato a qualche anno di reclusione. Una trama perfetta, un argomento succulento che ha fatto gridare Grillo al super-scandalo, facendogli invocare i numi affinché l’Expo non si facesse più, ponendo così fine alla strepitosa spartizione e sparizione di denaro pubblico.
Grillo ha fatto della presunta onestà dei suoi parlamentari il premio da incassare alle elezioni. Si è menato vanto del gesto, obbligatorio per i suoi nominati, di depositare su un conto di sostegno alle medie e piccole imprese una cifra non trascurabile del loro stipendio. Ha imposto che la diaria venisse fatturata e restituito il superfluo. In pratica ha costretto i suoi onorevoli e senatori a sacrifici economici non da poco, convinto che bastasse quello a generare strepitosi consensi e a regalargli quel 50% più uno degli elettori a cui anela e che nelle fantasie grilline gli consentirebbe di governare in assoluta indipendenza dalle altre forze politiche, senza accordi né compromessi in ossequio ai principi che propaganda sul suo blog.
Che il movimento stesse diventando insopportabile nelle regole, spesso assurde e confezionate dal mitico staff, generando più di una volta processi sommari e pubbliche punizioni per le quali non si mancava di trovarsi esposti al pubblico ludibrio, sbeffeggiati, insultati ed a volte perfino minacciati, a Grillo e ai suoi poco importava, anzi. L’insulto, l’ingiuria, il linguaggio violento sono perfettamente conformi ai principi grillini, dove l’avversario politico è sempre uno sporco nemico, la sinistra è la peste rossa. Anche nell’uso dei pronomi personali sono settari. Non esiste un io, un tu, un lui o una lei, ma semplicemente un noi ed un loro, dove loro sono tutti quelli che non si identificano o non votano per il M5S. Due riferimenti usati apposta per aumentare le distanze fino a renderle abissali.
Dal punto di vita fisico gli attivisti del M5S provano una sorta di fastidio, di schifo, di disgusto nell’avvicinare un impuro, magari un giovane parlamentare di un altro partito con il quale si è venuti accidentalmente a contatto.
Come sia possibile che uomini di cotanta spocchia riescano a sentirsi contemporaneamente vicini all’uomo della strada, è un altro di quei misteri gloriosi di cui difficilmente si troverà una spiegazione. E pensare che si son chiamati Movimento 5 stelle perché il loro programma movimentista aveva cinque temi ben definiti da seguire: acqua, ambiente, trasporti, sviluppo ed energia. Sarebbe stato logico pensare ad una sorta di accordo con i partiti più sensibili e portare a casa qualcosa. Invece hanno preferito, in preda alle ire del guru e alle allucinazioni del demiurgo, seguire strategie politicamente suicide. Hanno rifiutato da subito ogni sorta di accordo per far salva la purezza. All’indomani delle politiche 2013, la strategia dei due picchiatelli è stata quella di far terra bruciata intorno a qualsiasi ipotesi di governo che in un qualche modo li coinvolgesse. Scopo dichiarato era la costrizione a un accordo tra i due avversari storici (PD e PDL) a suggello della loro perfetta interscambiabilità. Sempre i due picchiatelli avevano previsto che sarebbero durati molto poco. Entro ottobre, diceva Grillo, vedrete che litigheranno, il governo cadrà e si andrà ad elezioni anticipate. Avevano impedito a Bersani di esperire un tentativo di formare un governo, lasciare che Letta compisse il suo e che Renzi ribaltasse poi Letta. A cose fatte si sono avventurati tra i meandri della dietrologia più romanzesca, asserendo (è sempre Casaleggio che lo confessa a Lucia Annunziata) che quello di Letta fu un complotto di cui il nume tutelare, manco a dirlo, fu il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Non è chiaro di che tipo di crisi soffra Casaleggio, ma a volte sembra sia autistico. Ammesso e non concesso che Letta stesse preparando un complotto, di sicuro Casaleggio è stato un suo complice, magari involontario, sennò non si spiegherebbe il trattamento riservato a Bersani. Le teorie sui complotti spesso sono pericolose e a volte hanno risvolti sorprendenti.
La realtà è che il M5S è un’entità per certi aspetti indefinibile. Magari pensa di servire una causa altissima, di essere in missione per conto di Dio come i Blues Brothers. Non per niente nel frasario non mancano le citazioni dei papi. Grillo sostiene ad esempio che Papa Francesco sarebbe un suo fan nonché iscritto al blog. Casaleggio così chiuse il comizio del giovedì prima delle elezioni a Piazza San Giovanni: “quando tornate a casa, date una carezza ai vostri cari e dite: questa è la carezza del movimento”. Non si sa se qualcuno l’abbia preso in parola, sta di fatto che dopo qualche giorno sono stati molti cari elettori a cui Grillo teneva tanto, a passare una carezza sul volto dei pentastellati, ma aveva tutta l’aria di una sonora sberla.

Sabino Saccinto

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Pubblicato il 02/06/2014 h 23:09:59
Modificato il 02/06/2014 h 23:41:36

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