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Il Francescone

Ventola teme di perdere popolarità. E questo per lui è un gran problema. Fra un anno si rinnova il Consiglio comunale ed il Parlamento. Intanto si difende come può minacciando querele contro giornali che scrivono articoli non graditi e pagine social che lo prendono di mira. Un tentativo di contenere il dissenso che certo non lo aiuta.

Non deve essere un buon momento per Francesco Ventola. E i maggiori dispiaceri, se lui li considera tali, gli stanno arrivando proprio dalla sua città. Prima il cinemuseo dedicato a Lino Banfi - comico canosino che veleggia verso i novant’anni al quale avevano promesso un quasi monumento - con tutto il codazzo di polemiche conseguenti; poi un articolo sul dorso barese della Repubblica dal titolo “La tela dei sospetti” su vicende che riguardano non lui direttamente, ma le scuole materne e gli asili nido posti in capo ad una cooperativa di cui la sua consorte è la vicepresidente e di cui il presidente è il marito di una assessora comunale della giunta presieduta del dott. Vito Malcangio, da tutti considerato una sua creatura. Il tutto a meno di un anno dal rinnovo del Consiglio comunale che si preannuncia un tantino problematico, se non altro per la da loro temuta caduta di popolarità legata a due ultimi atti degli attuali Consiglio e giunta comunale, che hanno destato perplessità anche tra quello che è l’elettorato storico del Francescone.
Certo, non sarà una passeggiata di salute, Francescone dovrà preoccuparsi, da qui fino alle elezioni, di trovare un nuovo candidato o riproporre lo stesso, e l’impresa è ardua, visto che l’attuale inquilino non appare del tutto entusiasta del quinquennio trascorso, e, soprattutto, potrebbe mancare l’apporto decisivo di una fetta importante del centrosinistra, quello che quattro anni fa permise al Malcangio di passare al primo turno. Circola, infatti, sulle piattaforme un audio registrato in un incontro pubblico in cui il Malcangio dice espressamente: “Certo, quello che io voglio chiarire ancora una volta è che non siamo una banda di scappati di casa composta da falliti di professione, che dopo aver fallito il loro lavoro privato, ora vorrebbero deturpare, abbandonare e far sì che la nostra città continui a galleggiare”. Al di là di quanto asserisce dopo, compreso il vanto per aver approvato quattro bilanci – affermazione che di sicuro avrà fatto sorridere il Francescone, che di amministrazione se ne intende e sa che se non lo avessero fatto sarebbero già stati commissariati – è palpabile il malessere, e forse anche la delusione, verso una parte della popolazione che lo considera, per sua stessa ammissione, uno scappato di casa, se non un fallito. Ovviamente non è questa la nostra posizione, ma comprendiamo lo stato di difficoltà. D’altronde, quando si segue lo schema Francescone, che fa finta di tenere in grossa considerazione il pubblico, ma ha chiaramente molta e più attenzione per i privati, specie se potenti, qualche dispiacere lo si può ricevere.

A provocare la palpabile caduta di immagine del Francescone, è stato anche il succitato articolo. Dà conto delle osservazioni di alcuni consiglieri comunali in merito a due vicende. L’una riguarda l’affidamento ad una ditta andriese, per una cifra non trascurabile, della promozione dell’immagine pubblica del Comune e della sua amministrazione, ha provocato un ricorso all’ANAC, l’ente anticorruzione; la seconda riguarda direttamente la sua famiglia e l’affidamento ad una cooperativa di persone molto vicine a lui, di due asili nido. Questa volta il ricorso lo ha fatto una ditta concorrente che si era vista annullare per un vizio di forma la partecipazione al bando, poi rimosso ma comunque perdente. Francescone ha reagito malissimo. Quasi all’unisono hanno tuonato, sia lui che la cooperativa. Sui social, il 28 settembre, ha pubblicato un post a metà tra il guascone e l’arrabbiato: “A seguito di notizie apparse sul quotidiano La Repubblica Bari, a firma del già sindaco di Acquaviva delle Fonti per il centrosinistra e candidato (non eletto) al consiglio regionale nella Lista Decaro, e riprese da pagine social locali, al fine di salvaguardare la mia onorabilità (e quella della mia famiglia) comunico di aver dato mandato al mio avvocato di procedere legalmente. Purtroppo non è la prima volta che accade e sono certo che sarà fatta giustizia, come già avvenuto in passato, nei confronti dei responsabili di talune falsità diffamatorie. Comunico che nelle scorse settimane il Tribunale di Trani ha condannato a 8 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese legali ed al risarcimento danni, un ex politico locale per diffamazione.” Chi sia l’ex politico non lo dice, ma potremmo intuirlo.
Un giorno prima, in contemporanea con la pubblicazione dell’articolo, era stata la cooperativa “La Città della Gioia” a reagire in maniera altrettanto indignata: “Con l’approssimarsi delle elezioni amministrative e politiche, puntualmente ritornano gli attacchi diffamatori, a mezzo stampa e social, contro la cooperativa “La Città della Gioia”. In merito all’articolo di stampa, ripreso anche dai social locali, apparso di recente e alle strumentalizzazioni politiche in corso, la cooperativa sociale “La Città della Gioia” comunica di aver dato mandato al proprio legale al fine di perseguire legalmente coloro che l’hanno diffamata, arrecando danno all’immagine ed alla reputazione della cooperativa e dei soci.”

La querela, con annessa richiesta di risarcimenti spropositati, è diventata l’usbergo con il quale i potenti impongono il silenzio. Al tempo del Manzoni i soprusi erano evidenti, concreti, materiali, ma la funzione delle Giustizia, allora come oggi, di legittimatrice delle soverchierie non è cambiata. Gli Azzeccagarbugli in servizio permanente effettivo sono rimasti tali nei secoli. Nel nostro caso, Francescone addita il giornalista Davide Carlucci, che ha scritto l’articolo, come una sorta di politico fallito tornato a fare il suo lavoro di reporter, dopo aver tentato di farsi eleggere consigliere regionale, un approdo comune al suo, visto che lo è stato prima di diventare deputato europeo. Curiosamente l’opposto rispetto a quanto denunciava il sindaco Malcangio nella registrazione. Sottolinea, quindi, il carattere esclusivamente politico dell’articolo. Circostanza che curiosamente ritroviamo nell’incipit del comunicato stampa della cooperativa, a lui evidentemente legata: “Con l’approssimarsi delle elezioni amministrative e politiche, puntualmente ritornano gli attacchi diffamatori”. Non so quanto possa tornargli utile questa osservazione. Di solito, i politici, almeno fino a prima di Berlusconi, cercavano sempre di allontanare da loro ogni qualsivoglia sospetto su partecipazioni, a qualsiasi titolo, ad imprese o coinvolgimenti con soggetti economici, a quello servono le lobby. In questo caso, invece, ci troviamo di fronte all’addetto stampa della cooperativa che rivendica questo tipo di collegamento, fino a ritenere che l’articolo di Repubblica, ripreso poi da innumerevoli soggetti sui social, faccia parte di una campagna di diffamazione con scopi politici, comprendendo in questi sia il livello amministrativo che politico.
La domanda sorge dunque spontanea. Un uomo o una donna che decidono di impegnarsi in politica, possono partecipare contemporaneamente ad una impresa economica? Certamente, la libertà di impresa è garantita dalla Costituzione, con opportuni limiti però. Ad esempio, se un politico è proprietario di una fabbrica di cioccolato, può tranquillamente continuare a dirigerla. Ma se diventa Ministro della Difesa, dovrebbe come minimo astenersi da una gara di appalto per la fornitura di barrette di cioccolato alle caserme. E’ una questione di opportunità, prima ancora che di rispetto della legge.
Il caso del Francescone è un tantino più complicato, in quanto non risulta che abbia incarichi all’interno della cooperativa, né che ne figuri tra i soci. Ma sua moglie è la vicepresidente ed il marito di una assessora dell’attuale giunta è il presidente. E’ vero che il Francescone non ha incarichi esecutivi nell’amministrazione, è un semplice consigliere comunale. Ma è anche vero che non si può affatto considerare come l’ultimo dei peones che occupa gli scranni di Palazzo S. Francesco. La sua importanza sostanziale è superiore a quella del sindaco, degli assessori e di tutti i restanti consiglieri messi insieme, e la cooperativa in argomento non si occupa solo di procacciarsi clienti nel privato, ma partecipa a bandi pubblici, comunali per la precisione. Lo ammettono loro stessi nel comunicato stampa: “L’unico servizio erogato per conto del comune di Canosa di Puglia è la gestione degli asili nido: servizio aggiudicato dal comune nel rispetto delle normative vigenti sin dal 2018 e con amministrazioni comunali di qualsiasi colore politico: dall’amministrazione di centrosinistra a quella del movimento 5 stelle sino a quella del centrodestra; a dimostrazione che non c’è mai stata alcuna ingerenza di natura politica.”
Ovviamente, se l’aggiudicazione del servizio avviene dal 2018, non può essere considerata l’amministrazione del sindaco La Salvia, che terminò il suo mandato nel 2017, semmai la successiva del sindaco Morra. E comunque non esiste una norma di legge, evidentemente, che impedisca l’affidamento di un servizio alla consorte di un consigliere comunale, ma l’opportunità politica, questa sconosciuta, sì.

Sabino Saccinto

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Pubblicato il 02/10/2026 h 14:10:36
Modificato il 02/10/2026 h 14:12:02

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